L’accento

Le regole generali sono consultabili nelle Norme Uni 6015, Segnaccento obbligatorio nell’ortografia della lingua italiana, Milano 1967. In italiano, si distinguono un accento finale, che cade sulla vocale finale di parola (es. città) e un accento tonico, che cade su una vocale intermedia di una parola (es. rèprobo).
Indipendentemente dalla posizione dell’accento, esistono due tipi di accento:
accento grave (inclinato a sinistra, come in è) e accento acuto (inclinato a destra, come in “é” di perché).
Accenti finali:

  • le vocali A e O richiedono solo l’accento grave (à, ò), es. città, dà (voce del verbo “dare” per distinguersi dalla preposizione “da”); perciò, darò ecc.;
  • le vocali i “e” “u” richiedono sempre l’accento acuto (í, ú), es. cosí, piú;
  • la“e” può avere suono chiuso (es. né, perché) o aperto (es. è, cioè): la “e” chiusa richiede l’accento acuto (é), aperta vuole l’accento grave (è);
  • la “e” richiede l’accento acuto (é) nei seguenti casi: nei composti di “che” (es. perché, poiché, sicché, allorché ecc.); nella terza persona singolare del passato remoto (es. poté, ricevé, dové ecc.); nella negazione “né”; nel pronome “sé”; nei numeri terminanti in tre (es. trentatré);
  • la “e” richiede l’accento grave (è): nella terza persona del verbo “essere”, per la quale occorre usare sempre la forma accentata quando è maiuscola (È); in “cioè, caffè, thè, ahimè, piè, diè”; nelle parole straniere entrate nell’uso comune italiano (es. gilè, canapè, lacchè); nei nomi propri di persona (es. Noè, Mosè, Giosuè, Giuffrè, Averroè ecc.).
 
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